Quante volte abbiamo sentito un politico fare delle affermazioni fuori luogo? Ultime quelle di Calderoli al ministro dell'integrazione Cécile Kyenge. "Le parole sono importanti" diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa e la loro rilevanza le rende forti e significative per il raggiungimento di uno scopo. I social network in tal senso hanno rafforzato il loro uso, trascurandone quelle che sono le regole semantiche e molto spesso grammaticali, ma hanno avvicinato, come un'ondata populista tutti coloro che non sentivano l'esigenza di scrivere. Ultimamente si scrive davvero tanto, troppo, e quello che in gran parte viene scritto è un agglomerato indistinto. Basta prendere il caso Shalabayeva, se ne sta scrivendo dappertutto, si arriverà a parlare di tutto, si stanno toccando nomi noti al mondo dell'establishment. Questo prenderà l'interesse del lettore comune; che leggerà, s'informerà perché vorrebbe capire di cosa si sta parlando, ma chiunque stia seguendo questa vicenda, l'unica risposta che riesce a dare è: non si riesce a capire un bel nulla! Ecco che due più due fa quattro. Futili (e razziste) dichiarazioni di un politico da un lato, un caso incomprensibile con una scorribanda di nomi kazaki dall'altro ed il gioco è fatto: confondere. Distrarre la massa dai veri problemi (mancanza di lavoro, assenza di governo e dei partiti, corruzione). Noam Chomsky, teorico della comunicazione e linguista statunitense, ha fatto una lista, nella quale elenca dieci modalità con cui controllare la società di massa. La prima modalità è Strategia della distrazione: «L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti». Questo avrebbe lo scopo di allontanare il lettore da quelli che sono i veri punti cruciali di una politica che non agisce, ma che presenzia e basta; di una politica che dichiara di fare, ma che di fatto non fa nulla.
Paul Thomas Anderson ricrea un'innovativa trasposizione dei tempi affannosi che stiamo vivendo, rileggendo ancora il romanziere Thomas Pynchon dopo Vizio di Forma . Questa volta il regista losangelino s'ispira a Vineland , romanzo ambientato in California (come questa pellicola) nell'anno della rielezione di Ronald Reagan. Anche se, diacronicamente, PTA inquadra i personaggi nel clima storico del trumpismo. È il decimo film del regista, che ha firmato capolavori come Il Petroliere, Il Filo Nascosto e Boogie Nights -L'altra Hollywood . Una Battaglia dopo l'altra (2025) lo si potrebbe annoverare tra i sopracitati, ma con circospezione, perché la pellicola potrebbe essere letta (o male interpretata) da chi non abbia gli strumenti necessari per comprendere ciò che sta accadendo in America e, di riflesso, nel resto del mondo. La storia è semplice: Bob Ferguson (Leonardo Di Caprio) è un "inconsapevole rivoluzionario" con velleità di scarso bombarolo. Facente ...
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