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The Shape of water ─ La forma dell’acqua: quando il mostro è l’artista

È la poetica del regista Guillermo del Toro raccontare di mostri, d’insetti giganti ( Mimic , 1997) o, come in The   Shape of water ─ La forma dell’acqua  (2017), di un essere anfibio, metà uomo e metà pesce. Siamo agli inizi degli anni sessanta, in piena Guerra Fredda. Il blocco sovietico dell’U.R.S.S. e quello degli U.S.A. si spiano e si sabotano a vicenda. I servizi segreti militari americani scoprono, nelle impervie paludi messicane, un anfibio antropomorfo e goloso di uova (sotto le cui spoglie c’è il mimo Doug Jones); lo catturano, affinché una squadra d’esperti possa esaminarlo.  La squadra è diretta dal cattivissimo Strickland (Michael Shannon), il quale è avvezzo all’uso del manganello per ammansire l’uomo-pesce. Oltre al team di scienziati, a interessarsi del mostro vi è anche un’inserviente del distretto militare, Elisa (Sally Hawkins), peraltro con l’handicap del mutismo ma non sorda, che è l’unica a interagire emotivamente con l’anfibio. Per...

The Post, la recensione

Raccontare storie non è semplice, specie quando si tratta di “fatti” che riguardano, ormai a meno di mezzo secolo di distanza, la storia del giornalismo americano dei primi anni ’70. Sappiamo quanto sia ovvio porre l’accento sulla bravura di Steven Spielberg e la magistrale padronanza che egli ha del mezzo cinematografico.

The Foreigner: non fate arrabbiare i vecchietti

In Fuori Controllo (2010), Martin Campbell ( Goldeneye e Casino Royale ) trasformò Mel Gibson da quieto padre di famiglia a senile giustiziere che vendicava la propria figlia uccisa. Il revenge movie è un genere che intrattiene spettatori di ogni parte del mondo. In alcuni casi è diventato un genere per rilanciare attori “fuori dalle scene”, basti pensare a Keanu Reeves, Nicolas Cage o Liam Neeson.

Wonder: l'altra faccia dell'infanzia

Wonder (2017) è un film che promuove la vita, ma non si focalizza sugli aspetti reali e sulle ripercussioni psicologiche, talvolta devastanti, che un bambino con un handicap fisico potrebbe avere, rispetto al rapporto con gli altri coetanei.

Star Wars: Gli Ultimi Jedi, la recensione

Luke Skywalker (Mark Hamill) lo abbiamo lasciato in cima a un faraglione, ne Il Risveglio della Forza (2015) e lo abbiamo ritrovato nello stesso posto nell’ottavo capitolo di Guerre Stellari, Gli Ultimi Jedi . Non è certo per mancanza d’idee, ma per legittimare il personaggio chiave di questa saga, da Star Wars episodio IV (1977) diretto all’epoca da George Lucas. In questo capitolo VIII c’è tanto revisionismo narrativo: il regista Rian Johnson ci mette azione e intuizioni pirotecniche nello spazio, e questo è un bene, tornando poi drammaturgicamente a quei legami intrafamiliari di episodio VI, Il Ritorno dello Jedi , con le interpolazioni che ci sono tra il lato oscuro e il lato chiaro della Forza. Senza dilungarci, Gli Ultimi Jedi rispetta alla perfezione gli stilemi della saga, uno dei franchising economicamente più redditizi di tutti i tempi. I totem di fabbrica sono visibili già nei dettagli: le scritte a scorrimento in apertura nello spazio, le divise nazistoidi delle gua...

Borg McEnroe: una sfida oltre lo sport

Sarebbe un errore leggere il titolo di questo film pensando a un invito a “battersi” con le racchette. Perché Borg McEnroe non è stata solo una storica finale di tennis tra due grandi campioni del mondo, bensì sono state due storie di vite straordinarie, con tutti i limiti e i difetti che si possono attribuire a degli esseri umani. Due temperamenti opposti: uno svedese, Borg (Sverrir Gudnason), calmo e integerrimo nel campo e nella vita, (almeno nei primi sei anni della sua carriera, in cui vinse in pratica tutto); l’altro invece, l’americano McEnroe (Shia Labeouf), rissoso e irruento.

Dunkirk: quando sopravvivere non è cosa da poco

Dunkirk sicuramente è un film di guerra sul piano tecnico (girato anche su pellicola 70 mm come Ben Hur o  Lawrence D'Arabia ), ma sul piano stilistico è un esperimento somigliante a un documentario, con picchi di tensione tipici del thriller psicologico. Fino ad oggi, Dunkirk è il film più intimo del regista Christopher Nolan, che lo dirige e lo scrive di mano propria. L'approccio estetico è differente dagli altri film di guerra come, ad esempio, Salvate Il Soldato Ryan  di Steven Spielberg, che piuttosto si serviva di spettacolarizzare il dettaglio dei decessi nella sequenza di Omaha Beach ; Nolan, invece, taglia e lima, lasciando l'essenziale.