Passa ai contenuti principali

Post

1917: corri se vuoi sopravvivere

Due soldati hanno ricevuto l'ordine di consegnare un messaggio indifferibile: recarsi in prima linea (in una lontana trincea) per annullare un'offensiva, che potrebbe nascondere una trappola. I caporali Scofield (George McKay) e Blake (Dran Charles Chapman) devono bucare il territorio nemico, come ratti a cielo aperto che scorrazzano sui caduti, e farlo in modo felpato e svelto, altrimenti, sull'altro vallame, migliaia di britannici moriranno assieme al fratello maggiore di Blake. La sceneggiatura di 1917 (2019), firmata da Krysty Wilson-Cairns e dal regista Sam Mendes, è inconsistente, perché si tratta di un segmento narrativo: si parte da un punto A e si arriva ad un punto B; il film è nel mezzo ed è fatto di fuga, paura, morte e sopravvivenza. La regia di Sam Mendes è comunque dominante, corporea, resa ancor più reale da un piano sequenza totalizzante, che vitalizza l'efferate conseguenze del 1° Conflitto Mondiale, senza ambizioni narrative, che, dato il genere, ...

Hammamet: le conseguenze del potere

Hammamet è un film distinto. Il montaggio e l’impianto registico ricordano pressappoco lo stile di Steven Soderberg.  Gianni Amelio racconta, quasi con una sensibilità alla Paul Valéry «bisogna essere leggeri come una rondine, non come una piuma», l’epilogo del leader politico socialista Bettino Craxi; forse il più importante e controverso politico italiano di fine anni ’70 e inizi anni ’90. Il regista, insieme allo sceneggiatore Alberto Teraglio, disegna un uomo, dall’andatura dinoccolata, che “vive” nella sua casa/fortezza di Hammamet, in Tunisia, (con piscina dismessa), lontano dall’Italia, dalla macchina del fango, dalla criminalizzazione e da quel “non poteva non sapere”. Amelio vola alto e cerca di non approfondire l’antologia politica di quegli anni, per non incorrere in controversie. Da qui, infatti, nasce l’esigenza d’introdurre un personaggio ambivalente: Fausto (l’attore Luca Filippi). Questi è un personaggio di fantasia atipico e atemporale (nel film è il...

The Irishman e l'esistenzialismo secondo Scorsese

E' scontato dire "questo film me lo devo proprio vedere", perché compaiono nel cast nomi come Al Pacino, Robert De Niro, Joe Pesci... in una parola: il cinema. Se poi, questo film, è diretto da Martin Scorsese, beh, è cinema d'autore. Una cosa è certa, il Maestro ci mette alla prova, concedendosi una libertà di metraggio paurosa: tre ore e ventinove minuti. Frank "The Irishman" Sheeran (Robert De Niro) fa la gavetta come autotrasportatore. Le vicissitudini della vita portano Sheeran a conoscere poi Russell Bufalino (Joe Pesci), il quale, da uomo d'onore, lo avvierà al ruolo di sicario. D'altronde uno come Frankie, che aveva imparato ad uccidere, in Italia, da recluta nel secondo conflitto mondiale, lo sapeva fare anche come civile. Il soggetto è basato sul libro "I Heard you Paint Houses" di Charles Brandt, che racconta le peripezie criminali dell'irlandese realmente esistito e della sua implicazione (o meno) con la scomparsa di...

Le Mans 66 - La grande sfida, un'apologia di coraggio

Dicono che i film sullo sport funzionino quando raccontano al pubblico una storia vera. Christian Bale torna di nuovo a girare per James Mangold dopo Quel Treno per Yuma (2007). Questa volta nei panni del pilota/meccanico e un po' "beatnik", Ken Miles. A spalleggiarlo un altro attore di serie A: Matt Damon, il quale interpreta l'oramai congedato pilota Carroll Shelby. Dopo aver vissuto quest'esperienza cinematografica, si pensa a quanto sia difficile girare una storia del genere per il grande schermo, perché è una vicenda di macchine da corsa, di una rivalità in fin dei conti mai placata, tra due colossi delle quattro ruote: la Ford VS la Ferrari. Per giunta in uno scenario ostile: il maledettissimo circuito automobilistico di Le Mans; già teatro di Le 24 ore di Le Mans (1971) con Steve McQueen, che fu un fiasco pazzesco all'epoca, ma che a distanza di tempo è diventato un cult per gli amanti del genere e per gli appassionati di automobilismo. Ciò pot...

Il giorno più bello del mondo: tra favola e comicità mancata

Un mal ridotto gestore di un teatro in disuso, Arturo Meraviglia (Alessandro Siani), è impedito nel realizzare il sogno del compianto papà, che fu teatrante d'avanspettacolo. Improvvisamente, dall'America, arriva la chiamata per un'eredità (farlocca) di un vecchio zio ed Arturo si ritrova a fare il tutore di una coppia di bambini: una sorella maggiore e il suo fratellino. Quest'ultimo è per giunta telecinetico: sposta le cose col pensiero. L'intento del Siani regista è chiaro: non prendersi sul serio. Va detto che, in quanto "comico analogico" Siani rende di più; da "comico in celluloide", invece, un po' meno e si vede dalle battute che ci propina ("io non vedo un euro da quando è uscita la lira"; una tipa starnutisce e lui fa: "Influencer?"; "io non sono vegano, sono negano: nel senso che prima mangio e poi nego"). Purtroppo il grande schermo richiede, per l'attore di commedia all'italiana, un...

Elzevirista dicit: Final Score? O ti mangi ‘sta minestra o Bautista ti butta dalla finestra

Talvolta si sente un forte bisogno di “disimpegno”. I film d’azione contribuiscono al disimpegno. Essi sono il deterrente al politicamente corretto. Insomma non chiedono tanto, ma per quel giusto che offrono, sono in grado di renderti felice per novanta minuti. Allora ecco che tu, di là con gli anni, con quello sguardo malinconico come se stessi guardando dei bambini giocare a calcio per strada, ricordandone la tua infanzia, ne contempli le assurdità che scorrono sullo schermo; e quel senso (anche se quelle scene un senso non ce l’hanno) di protezione che trasmettono negli amanti del genere, è quasi rassicurante, diciamocelo: è impareggiabile. Se volete disimpegnarvi, c’è sempre Final Score (2018) di Scott Mann. Il film, sia chiaro, ha trovato spazio nell’universo dell’on demand, ed è già una fortuna che l’abbia trovato. Distribuito dalla Leone Film Group, capace di vedere avanti prediligendo film di genere, Final Score è un esempio tangibile di azione di Serie B (o C). Final Sco...

Il Campione, la recensione

Corre fama che forse Roma sia stata fondata da Christian Ferro e non da Romolo e Remo. Christian Ferro (Andrea Carpenzano) è una giovanissima leva dell'AS Roma; è talentuoso, con doti tecniche da fenomeno, ma con un carattere come le fasi lunari. La società sportiva sa bene che Ferro è una risorsa fondamentale per la causa scudetto, ma le coglionerie che semina sul campo da gioco (tipo le "cassanate" di giallorossa memoria) infastidiscono il Presidente Tito (un Massimo Popolizio dal portamento fascista). Questi esasperato, dopo continui richiami, pensa d'assegnargli un educatore personale, per metterlo in sesto e aiutarlo a gestire le esplosioni di rabbia. Il precettore in questione si chiama Valerio (Stefano Accorsi); un professore di lettere e storia, poco disinvolto e solitario, in sostanza l'opposto di Ferro.  Il Campione , opera prima del regista Leonardo D'Agostini, è la parabola della "correzione". La sceneggiatura è stata scritta a più m...